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Introduzione

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Monte Saraceno
di Ravanusa

Introduzione

Nel cuore della Sicilia centro-meridionale, ad appena 1 km in direzione sud-est dal moderno centro di Ravanusa (AG), in un paesaggio di suggestiva bellezza, Monte Saraceno si erge sul lato occidentale del medio corso del fiume Salso, antico Himera, in una posizione che domina l'ampia vallata, fondamentale via di percorrenza dalla costa del mare africano verso l'interno dell'isola.

Carta della Sicilia con ubicazione del sito

La sua collocazione geografica, in relazione e in rapporto con il fiume, ne ha determinato un ruolo significativo nel quadro delle vicende storiche siciliane, nell'ampio arco di tempo che va dall'Età del Rame fino ai primi decenni del III sec. a.C, quando la presenza umana nel sito non è più documentata.
L'altura ha una fisionomia piuttosto articolata. È costituita da due cime rocciose - l'una a Ovest, a quota m 409 s.l.m; l'altra ad Est, a quota m 397 s.l.m. - divise tra loro da un'insellatura, il cui fianco meridionale, meno scosceso, costituisce l'unico punto di accesso alla sommità del monte, che sugli altri lati è invece provvisto di pareti alte e precipiti.
A Sud della cima occidentale, a quota m 395-390 s.l.m., si sviluppa un altipiano di forma irregolare, che dagli archeologi è stato denominato "pianoro sommitale" oppure - relativamente al periodo tra VI e V sec. a.C. - "acropoli", in quanto costituiva la parte più elevata della città antica.


Le pendici meridionali del monte sono caratterizzate dal terreno in lieve declivio e terrazzato, esposto a Sud ed aperto verso la valle del fiume, con ampi spazi utili ad essere occupati stabilmente e sfruttati a scopi agricoli. Qui si delineano due aree particolarmente favorevoli all'insediamento - rispettivamente a quota m 360-350 s.l.m. e a quota m 280-270 s.l.m. - separate tra loro da un ripido costone roccioso. Tali aree - su cui, come sul pianoro sommitale, si è estesa la frequentazione antica - dagli studiosi vengono convenzionalmente chiamate "terrazzo superiore" e "terrazzo inferiore". Nella zona sud-orientale del terrazzo superiore si erge inoltre un "poggetto" che domina il pendio verso il fiume e che risulta anch'esso interessato da resti antichi. Dai piedi del Monte Saraceno fino all'Himera-Salso è poi un susseguirsi di piccoli rilievi e avvallamenti che digradano dolcemente verso la vallata principale e che nell'antichità sono stati in parte destinati ad ospitare sepolture.



Le ricerche archeologiche
I primi accenni all'importanza archeologica di Monte Saraceno si trovano in alcuni autori del Settecento (Padre Massa, Vito Amico), che parlano di "grandi ruderi di una città distrutta", all'epoca ancora ben visibili sul declivio del monte. Tali resti, forse già a partire dall'età medievale, erano stati erroneamente attribuiti ai Saraceni, da cui derivò il toponimo che ancora oggi connota il sito.
Nel 1928-1930 Pirro Marconi effettuò le prime esplorazioni, per lo più di superficie, segnalando la presenza di materiali preistorici sulla sommità e sulle pendici nordorientali del monte, resti di età greca lungo il costone meridionale, nonché tombe nel pendio verso il fiume, e giunse alla conclusione che Monte Saraceno era stato sede di una borgata sicula "ellenizzata" da Gela.
Nel 1935 Paolino Mingazzini condusse un'indagine di scavo presso il poggetto di Sud-Est, mettendo in luce un tratto di cinta muraria, datato tra il IV e il III sec. a.C, ed un sacello di V sec. a.C. Egli sostenne che il centro doveva essere, più che una città sicula "ellenizzata", una vera e propria città greca, colonia di Gela (forse Maktorion?), durata in vita fino al III sec.a.C.
Nel 1956 Dinu Adamesteanu, esplorando il pianoro sommitale del monte, vi riconobbe tre edifici che interpretò come sacelli e datò dalla metà del VI alla fine del IV sec. a.C.; nel poggio di Sud-Est rinvenne poi numerosi reperti che attribuì ad una stipe votiva, datata dal VII al IV sec. a.C. Lo studioso evidenziò il ruolo strategico del centro e ne propose l'identificazione con la città di Kakyron citata dalle fonti antiche. L'interesse di Monte Saraceno, nel quadro del problema del rapporto tra Greci e indigeni in Sicilia, venne ancora ribadito nel 1962 da Ernesto De Miro e Piero Orlandini. Ma la prima vera e propria ricerca sistematica nell'importante sito fu avviata soltanto nel 1973, per iniziativa di Ernesto De Miro, che a tale scopo istituì un fruttuoso rapporto di collaborazione tra la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento e la Sezione Archeologica del Dipartimento di Scienze dell'Antichità dell'Università di Messina. Le forze congiunte delle due Istituzioni hanno dato vita così alle numerose campagne di scavo che si sono susseguite negli ultimi decenni, sia nell'area dell'antico insediamento, sotto la direzione di Anna Calderone e Anna Siracusano, sia nelle necropoli, sotto la direzione di Antonia Denti e Graziella Fiorentini. Nel 2007, infine, con un progetto finanziato dalla Comunità Europea (P.O.R. Sicilia 2000-2006), i resti antichi emersi nel corso degli scavi sono stati resi fruibili al pubblico nell'ambito di un'area archeologica attrezzata.


 


 
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