Visita del Museo - ANC Sezione Ravanusa

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Visita del Museo

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Visita del Museo

I risultati degli scavi condotti dagli anni Venti del Novecento fino ai primi anni del Duemila nel centro antico di Monte Saraceno, sono illustrati nel Museo Archeologico "Salvatore Lauricella", sito nel centro storico della vicina Ravanusa. L'esposizione, nata nel 2007 per iniziativa dell'Amministrazione Comunale di Ravanusa, d'intesa con la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Agrigento, è stata progettata e curata dalla Sezione Archeologica del Dipartimento di Scienze dell'Antichità dell'Università di Messina.
Il percorso di visita - articolato in due sale attigue su livelli appena sfalsati, collegati tra loro da pochi gradini - si basa su criteri sia cronologici che topografici: vengono infatti presentate in successione le fasi di vita dell'antico centro, dalla preistoria fino all'abbandono del sito nel III sec. a.C, secondo un'articolazione che tiene conto, quanto più è possibile, della destinazione delle diverse aree (luoghi di culto, quartieri abitativi, fortificazioni, necropoli). L'esposizione dei reperti è accompagnata in ogni sua parte da un ricco apparato di pannelli esplicativi.
Nella prima sala la vetrina 1 contiene, in alto a destra, i materiali relativi alla frequentazione di Monte Saraceno nella preistoria, esposti secondo la sequenza stratigrafica messa in luce nel saggio di scavo effettuato nel 1987-88 sul pianoro sommitale.
Nella stessa vetrina sono presentati anche i reperti di età pro tostorica rinvenuti nelle capanne circolari della I fase del villaggio dei Sicani, impiantatosi sul pianoro sommitale tra l'VIII e il VII sec. a.C; mentre nelle vetrine 2-3 si trovano i materiali della II fase dello stesso villaggio, provenienti sia dai vani messi in luce sul pianoro sommitale, sia dai saggi effettuati nel terrazzo superiore. Si tratta prevalentemente di vasellame di produzione indigena, decorato nello stile tipico delle genti sicane, convenzionalmente denominato dagli studiosi "stile di S. Angelo Muxaro - Polizzello" dal nome dei principali siti di rinvenimento. L'ornamentazione sui vasi è realizzata ora ad incisione ed impressione, ora dipinta. Nella I fase del villaggio era molto più diffusa la prima tecnica, con motivi come linee orizzontali, angoli e cerchietti concentrici, questi ultimi talvolta "cigliati", forse per rappresentare occhi stilizzati. Non mancava tuttavia la ceramica dipinta: monocroma, bicroma o a motivi geometrici essenziali, come linee parallele. Nella II fase del villaggio la ceramica dipinta diventò molto più frequente e nel repertorio di entrambe le tecniche si evidenziarono anche motivi derivati dalla ceramica greca: tremoli, "sigma", partizioni metopali, graticci.

Le vetrine successive sono dedicate alla città che si sviluppò nel sito tra i I VI e il V sec. a.C. e di cui vengono illustrate in primo luogo le aree di cullo. Nella vetrina 4 sono esposti i frammenti delle terrecotte policrome che orna vano i tetti degli edifici sacri, tra cui spiccano un gorgoneion, vale a dire una maschera di Gorgone, soggetto molto frequente nell'architettura religiosa per la sua valenza apotropaica, ed un frammento di tegola su cui è dipinto uno schizzo raffigurante una testa di cavallo. Sempre nella vetrina 4 trovano posto i reperti provenienti dal sacello messo in luce sul picco di roccia che domina il pianoro sommitale. La vetrina 5, e in parte anche la vetrina 6, ospitano invece i pezzi rinvenuti nel sacello del poggetto di Sud-Est e negli edifici di culto del terrazzo inferiore. Si segnalano in particolare alcune arule in terracotta, talvolta dipinte o decorate a rilievo; protomi e statuette femminili di destinazione votiva; frammenti di ceramica di importazione greca, anche di fattura pregevole. Le vetrine 6-7-8 offrono una panoramica dei reperti provenienti dai quartieri abitativi, attraverso una selezione delle case più significative dei terrazzi superiore ed inferiore. Si tratta soprattutto di oggetti di uso comune, che illustrano la vita quotidiana dell'antico centro: pentole per cucinare; contenitori acromi per conservare i cibi; mortai e pestelli per macinare i cereali; anfore per immagazzinare o trasportare derrate; vasellame fine importato dalla Grecia e dalle vicine colonie per servire a tavola o per contenere profumi e unguenti; louteria (bacini per le abluzioni); fuseruole e pesi da telaio per tessere; lucerne per l'illuminazione; arule e statuette per i culti domestici.



Nello spazio che precede i gradini di collegamento tra le due sale del Museo, si può ammirare il grande otre fittile a forma di testuggine, eccezionale reperto di tipologia molto rara proveniente dall'edificio sacro (oikos) del terrazzo inferiore Nelle vetrine 9-12 vengono presentati ancora reperti rinvenuti nell'abitato, ma questa volta pertinenti alla fase cronologica successiva, quella cioè compresa tra la fine del V e la prima metà del IV sec. a.C. e documentata sul pianoro sommitale e sul terrazzo superiore. Anche qui si tratta soprattutto di vasellame di uso quotidiano: anfore e contenitori da dispensa; piatti, ciotole e tazze, per lo più a vernice nera, per consumare i pasti; vasetti per cosmetici e profumi. Non mancano però le statuette di soggetti vari (figure femminili, divinità, personaggi comici o grotteschi, ecc.); coltelli, chiodi ed attrezzi in metallo; monete in bronzo delle zecche di Gela, Agrigento, Himera, Siracusa ed altre, e vetrine 13-14 sono invece riservate all'ultimo periodo di vita Iella città antica, compreso tra la metà del IV ed i primi decenni del III sec. a.C. e testimoniato soltanto da modeste strutture abitative sul pianoro sommitale. Oltre agli oggetti comuni, si segnalano alcuni frammenti di ceramica a figure rosse e a decorazione sovradipinta; diversi oscilla, cioè dischi fittili, talvolta figurati; ed una statuetta di danzatrice avvolta in un panneggio.
Con le vetrine seguenti si passa alle aree cimiteriali, presentate secondo l'articolazione topografica e, al tempo stesso, cronologica emersa dalle ricerche nel territorio intorno a Monte Saraceno.
Nelle vetrine 15-18 sono esposti i corredi delle tombe più rappresentative della necropoli più antica del centro, quella orientale, situata nelle contrade Tenutella e Stornello (seconda metà del VI - terzo venticinquennio del V sec. a.C. I riti funerari finora noti sono esclusivamente di tradizione greca: il più frequente è quello dell'inumazione; l'incinerazione (per lo più primaria) è invece ben documentata nella seconda metà del VI sec. a.C, ma tende a scomparire nel V sec. a.C. Delle tombe ad inumazione, quella detta "a cappuccina" era senz'altro la preferita; tuttavia, nella prima metà del V sec. a.C, prese piede anche l'uso del sarcofago fittile, segno di un incremento del tenore di vita della popolazione e di una certa volontà di monumentalizzazione dei sepolcri. I corredi comprendevano solitamente pochi vasi, ma di fattura fine e spesso di importazione corinzia, attica e greco-orientale.


Le vetrine 18-22 ospitano i materiali provenienti dalla necro-poli di via Olimpica, quasi contemporanea a quella orientale, ma caratterizzata da una maggiore ricercatezza nei corredi e da una più accurata fattura dei sarcofagi fittili, due dei quali - esposti accanto alle vetrine - sono addirittura decorati con semicolonne che riproducono la forma di un tempio dorico.
Le sepolture, pur nella loro sobrietà, rappresentano un chiaro indizio dell'agiatezza raggiunta dai ceti più abbienti della città tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C, fase che corrisponde anche al periodo di maggiore espansione del centro.


Si segnalano reperti di particolare pregio, come i vasi in alabastro ed i vasi attici configurati a testa femminile e maschile. Ma tra tutti spicca un eccezionale vaso plastico di produzione attica, raffigurante un gruppo dionisiaco di satiro e asino, esposto nella vetrina 22.
È un pezzo di straordinario interesse ed elevato valore artistico, che faceva parte del ricco corredo di un sarcofago a cassa, attribuibile ad un bambino o ad un ragazzino, a giudicare dalle sue dimensioni ridotte. Il vaso - una sorta di pisside, di cui non si è conservato il coperchio - è collocato sulla groppa di un asinello, al quale si aggrappa da dietro un satiro in evidente atteggiamento erotico. La tipologia dell'esemplare è molto rara: trova infatti confronto diretto solo nel cosiddetto "muletto di Dioniso" da Agrigento e in un frammento di vaso simile esposto al Paul Getty Museum di Malibu. tre pezzi potrebbero essere stati realizzati nella stessa officina ateniese.
Nelle vetrine 23-24 sono esposti infine alcuni corredi della necropoli occidentale, cioè dell'area cimiteriale che fu in uso nelle fasi successive di frequentazione del sito, a partire dall'ultimo venticinquennio del V sec. a.C. fino almeno a tutto il IV sec. a.C. I rituali funerari e le tipologie tombali non si differenziano molto rispetto al periodo precedente, tuttavia, nel corso del IV sec. a.C, si assiste ad un incremento delle incinerazioni (sia primarie che secondarie) e, soprattutto, ad un generale impoverimento delle sepolture, come dimostrano le numerose tombe a fossa semplice nella nuda terra.

Tra i reperti più pregevoli si segnalano due vasi attici a figure rosse: una raffinata hydria con scena di gineceo ed un bel cratere cinerario attribuito al Pittore di Pothos e datato nel 420 a.C, su cui è rappresentata una scena di sacrificio.




A conclusione del percorso espositivo, su di un supporto metallico sono presentati i famosi resti architettonici della cosiddetta "edicola funeraria", rinvenuti inglobati in una torre della fortificazione orientale. Essi comprendono parti di colonne, architrave, fregio dorico e cornice, con tracce una ricca decorazione dipinta.
Oggi si ritiene che i resti possano essere attribuiti, piuttosto che ad un monumento funerario, ad un edificio di carattere forse sacro, databile tra il V e il IV sec. a.C, che doveva sorgere nelle vicinanze della cinta muraria e che, una volta distrutto o in disuso, venne smontato e riutilizzato per la costruzione della torre.
Di fronte alla cosiddetta "edicola" sono esposti infine due blocchi di arenaria iscritti, che erano anch'essi reimpiegati nelle fortificazioni orientali. Le iscrizioni greche - non sappiamo se di destinazione funeraria oppure votiva - sono databili tra la fine del VI e l'inizio del V sec. a.C. e menzionano tre nomi maschili greci: Mylòs, Sakon e Hagiadas.

 
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