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Territorio > Monte Saraceno

Visita del sito

L' itinerario archeologico consigliato comincia con la visita al pianoro sommi-tale del monte e poi prosegue con quella ai terrazzi superiore ed inferiore. Il percorso è accompagnato da pannelli esplicativi nei principali punti di sosta.

Pianoro sommitale

Dall'ingresso dell'area archeologica si imbocca una stradella lastricata che, nel primo tratto rettilineo ed in leggera ascesa, attraversa il terrazzo superiore e poi si fa sempre più ripida, costeggiando i fianchi scoscesi della cima dell'altura. A questo punto, a sinistra, sulla parete rocciosa si susseguono, a breve distanza l'una dall'altra, diverse opere idrauliche pertinenti ad un eccezionale sistema di approvvigionamento idrico, verosimilmente di carattere pubblico, databile non più tardi del V sec. a.C, che trova pochissimi confronti nella Sicilia antica. Si tratta della cosiddetta "Grotta della Sentinella" - ricordata come attrattiva del luogo già dal Marconi (1928) e accuratamente descritta dal Mingazzini (1938) - e di almeno due grandi cisterne. La "Grotta della Sentinella" è una cavità naturale di notevoli dimensioni, visitabile sia dall'alto, grazie ad una serie di gradini praticati nella roccia, sia dal basso, mediante una larga apertura. Delle cisterne, quella visibile per prima è più grande e meglio conservata. Di forma rettangolare, orientata nord-sud ed interamente scavata nel banco roccioso, all'imboccatura misura circa m 2,70 x 4,70 ed è profonda circa m 6,30. Nella parte superiore, lungo i margini dei lati lunghi, sono visibili 12 tacche quadrate, 6 per ogni lato, che costituivano gli incassi per le travi di sostegno di una copertura lignea. Una canaletta profonda circa 30 cm, anch'essa tagliata nella roccia, si diparte dal centro del lato breve meridionale della vasca e prosegue verso Sud, verosimilmente funzionale alla raccolta dell'acqua in eccedenza. Una cinquantina di metri più a monte si trova una seconda cisterna, simile alla prima ma poco più piccola (2,40 x 6,80 m circa all'imboccatura; 5,30 m di profondità). Sulle pareti interne si conservano ampi tratti di intonaco di notevole spessore. Sul bordo della vasca è una serie di tagli, probabilmente di canalette per il convogliamento dell'acqua piovana all'interno della struttura. Un ambiente parzialmente scavato nella roccia poco più giù potrebbe essere stato collegato alla vasca, forse per la raccolta delle acque eccedenti.
Proseguendo ancora per la stradella, che nell'ultimo tratto diventa ancora più ripida e tortuosa, si giunge al picco di roccia che costituisce una delle due vette del Monte Saraceno (l'altra vetta si scorge ad Est, separata da questa mediante una sella). Da qui si domina un panorama vastissimo: ad Est, le colline che digradano verso la valle dell'Himera-Salso; a Sud-Est, il terrazzo superiore (quello inferiore non è visibile da questo punto) ed ancora altre colline che si susseguono fino al mare; ad Ovest, il paese moderno. Ai piedi dello sperone roccioso si estende il pianoro sommitale, dei cui resti archeologici si apprezza una suggestiva veduta d'insieme; mentre a sinistra, su una breve spianata a ridosso della parete di roccia, in posizione un po' appartata, si scorge il basamento di un edificio sacro, a pianta rettangolare, orientato in senso nord-est/sud-ovest, con ingresso sul lato breve nord-orientale. L'edificio appartiene alla tipologia architettonica dei sacelli "senza peristasi", cioè senza colonnato esterno. La muratura, impo direttamente sulla roccia, è realizzata nella tecnica detta "poligonale" -tipica delle strutture della città arcaica e classica - costituita da una doppia cortina di blocchi di forma poligonale irregolare, ben combacianti tra loro nella faccia a vista. L'elevato dell'edificio doveva essere in mattoni crudi e il tetto in legno, coperto con tegole. L'interno era suddiviso in due ambienti; le pareti erano rivestite di intonaco color crema e rosso. Eretto intorno alla metà del VI sec. a.C, l'edificio venne distrutto poco dopo la metà del V sec. a.C. Tra i materiali rinvenuti, alcune statuette ex-voto in terracotta, che rap presentano figure femminili con un porcellino, animale solitamente sacrificato a Demetra e Kore, divinità della terra, hanno fatto pensare che il sacello fosse dedicato alle due dee, che erano oggetto di grande devozione in tutta la Sicilia antica. Adesso, scendendo dal picco di roccia, si può procedere con l'osservazione dei resti messi in luce nel pianoro. A destra, al di là di alcune strutture pertinenti ad abitazioni del IV sec. a.C, sul ciglio dell'altopiano si conserva un consistente tratto della fortificazione, realizzata probabilmente tra la fine del V e l'inizio del IV sec. a.C. a protezione dell'"acropoli", struttura in giallo) e costituita da un muro spesso circa 2 m, con due paramenti esterni di pietre irregolari ed un riempimento in pietrame e terra. In questo tratto si apre la porta I, piuttosto stretta e ben protetta, di tipo "laterale", cioè a forma di breve corridoio due tronchi di muro compreso tra disposti parallelamente. Il tronco esterno risulta rinforzato da una grossa torre quadrangolare in blocchi squadrati (forse aggiunta in un secondo momento), di cui purtroppo non è apprezzabile l'imponenza a causa del crollo di gran parte dell'elevato. Un altro cospicuo segmento del circuito difensivo si conserva sul lato opposto del pianoro, quello orientale, dove si apre la porta II, del tutto analoga alla prima. Negli strati sottostanti il tratto occidentale del muro e la torre sono state rinvenute tracce - oggi non più visibili perché interrate - della fortificazione più antica, struttura in blu), databile tra la seconda metà del VI e la metà del V sec. a.C, spessa 1,20 m e realizzata in tecnica "poligonale". Procedendo verso l'area centrale del pianoro, si incontrano alcune strutture del villaggio dei Sicani, sviluppatosi nel sito in epoca protostorica. I resti pertinenti alle capanne circolari della fase più antica dell'insediamento (Vili -prima metà del VII sec. a.C.) sono stati messi in luce pressappoco al centro dell'altopiano, ma successivamente si è ritenuto opportuno interrarli per esigenze di sicurezza e di conservazione, così come è avvenuto per il vicino saggio stratigrafico che ha restituito le tracce della frequentazione preistorica dell'area. Poco più a Nord, invece, sono visibili i resti di due edifici, convenzionalmente denominati "vani" 14 e 16, attribuiti alla fase finale dell'insediamento sicano (metà del VII - primi decenni del VI sec. a.C). A differenza delle capanne circolari della fase più antica, queste case indigene presentano una pianta rettangolare e sono affiancate l'una all'altra, con lo stesso orientamento nord-sud: l'abitato doveva essere quindi organizzato secondo un criterio di regolarità e razionalità. Anche la tecnica costruttiva dei muri, in pietrame a doppio paramento, risulta molto più accurata della precedente. Tutto ciò, secondo gli studiosi, testimonia l'avvenuta assimilazione di elementi propri della cultura greca da parte degli indigeni, a seguito dei contatti con le colonie. La visita del pianoro prosegue con i resti dell'abitato di età ellenistica, vale a dire dell'ultimo periodo di vita della città, compreso tra la seconda metà del IV e i primi decenni del III sec. a.C, quando l'insediamento si impoverì e si arroccò all'interno della cinta fortificata dell'"acropoli". Della maglia urbana di questa fase si conservano due strade - a e b - orientate grosso modo est-ovest, larghe appena 2 m e distanti 40 m l'una dall'altra. Nelle vicinanze del muro di cinta, la strada b piega per un tratto in senso nord-est/sud-ovest: se né deduce che l'impianto viario non doveva essere basato su una rigorosa ortogonalità. Ciò probabilmente era dovuto in primo luogo all'esigenza di sfruttare appieno lo spazio piuttosto limitato del pianoro; ma, nel caso della strada b, forse dipendeva anche dal riutilizzo di strutture più antiche con orientamento diverso. Nonostante la densità dei resti, il loro cattivo stato di conservazione - dovuto allo scarso interro - ha reso difficile la lettura degli isolati e delle case. In linea di massima, comunque, l'abitato doveva essere piuttosto affollato; le costruzioni erano affrettate e modeste, spesso senza fondazioni, e, ove possibile, sfruttavano la roccia levigata come pareti o pavimenti, oppure si addossavano al muro di fortificazione. Tra gli edifici più completi del settore occidentale dell'abitato è la casa C, che sembrerebbe composta da più vani disposti intorno ad un cortile a forma di L, aperto sulla strada a. Nel settore orientale, invece, si distinguono alcuni ambienti con una pavimentazione in coccio-pesto, che denota una certa volontà di rifinitura dell'abitazione, mentre nel vano 9 si trova un'area intonacata, forse di uso lustrale. Sui piani di calpestio degli edifici si sono rinvenuti per lo più vasi di uso comune e numerosi grandi contenitori di derrate, che sembrano indizio del bisogno di immagazzinare provviste tipico delle situazioni di insicurezza. Spostandosi ora nella parte meridionale del pianoro, si incontra un affioramento di roccia calcarea che forma una specie di picco elevato e ben evidente, sulla cui sommità si apre una cisterna scavata nella roccia, di forma rettangolare, orientata in senso nord-sud . Essa misura 1,50 x 2,80 m circa all'imboccatura e 2,10 x 3,40 m sul fondo, ed è profonda quasi 2,60 m. La sua posizione dominante e l'accuratezza della realizzazione, nonché le notevoli dimensioni, fanno pensare che essa fosse destinata ad uso pubblico. Il riempimento conteneva soprattutto vasellame di uso comune, ma anche ceramica fine e terrecotte figurate. La cronologia dei reperti indica che la cisterna fu in uso dalla seconda metà del VI sec. a.C. fino al 430-420 a.C. circa, quando fu abbandonata e colmata.
Dal riempimento della cisterna proviene un frammento di lastra in terracotta, su cui è rappresentata a rilievo una figura femminile alata, probabilmente una Nike, che si conserva soltanto nella parte inferiore. La qualità formale dell'esemplare e le sue caratteristiche tecniche, nonché i confronti con manufatti fittili prodotti a Gela, fanno pensare che si tratti di un'opera di artigianato di buon livello databile nell'ultimo venticinquennio del VI sec. a.C. e forse attribuibile ad ambiente geloo.
Nello sperone di roccia in cui è scavata la cisterna si notano numerosi tagli artificiali, relativi probabilmente ad un complesso di ambienti in parte incassati nella roccia, di cui però non è possibile cogliere l'articolazione. Poco più ad Est, tuttavia, si conservano i resti di almeno tre vani (22, 23 e 24), pertinenti ad un edificio arcaico che seguiva l'andamento appena curvo del banco roccioso affiorante, sfruttandolo in parte sul lato monte, come si vede dai muri che vi si addossano. La tecnica costruttiva è per lo più quella "poligonale", ma in alcuni tratti si osserva anche l'impiego di blocchetti parallelepipedi di dimensioni minori, forse segno di successive ristrutturazioni. Lo stato di conservazione delle strutture non consente di ricostruire la pianta originaria dell'edificio, né di stabilirne la funzione, se cioè fosse destinato al culto oppure ad abitazione.
Esso fu realizzato intorno alla metà del VI sec. a.C. e subì una violenta distruzione nel corso del terzo venticinquennio del V sec. a.C, probabilmente a causa del medesimo evento traumatico che determinò la chiusura della vicina cisterna. La visita della cosiddetta "acropoli" si conclude sul ciglio meridionale del pianoro, che offre una bella veduta panoramica del terrazzo superiore e da cui si diparte un moderno sentiero a gradini che, superando il forte dislivello, consente di giungervi.

Terrazzo superiore

Le testimonianze archeologiche più antiche sul terrazzo superiore risalgono alla metà circa del VII sec. a.C, quando il villaggio capannicolo dei Sicani sul pianoro sommitale fu ricostruito con case a pianta rettilinea ed allargò i propri confini anche al pendio del monte. Gli esigui resti delle case indigene sono visibili soprattutto nel settore centrale del terrazzo, in un'area che nelle fasi successive sarà occupata da strade. Nonostante il cattivo stato di conservazione delle strutture, si può osservare che il tessuto abitativo non era molto fitto e pertanto l'insediamento era forse articolato per nuclei distinti. L'impianto urbano doveva essere impostato su uno schema abbastanza regolare, con edifici uniformemente orientati in senso nordovest/ sud-est. Le case erano a pianta rettangolare o quadrangolare, talvolta costituite da più vani; i muri erano realizzati in pietrame e ciottoli alla base, in mattoni crudi nell'elevato; l'assenza di tegole fa pensare a tetti coperti con elementi vegetali.
Nel secondo venticinquennio del VI sec. a.C, sui resti dell'abitato indigeno si sviluppò la nuova città, che visse il suo periodo di massima fioritura ed espansione territoriale fino al terzo venticinquennio del V sec. a.C. Le case indigene furono obliterate ed il terreno venne livellato per accogliere isolati orientati in senso est-ovest, separati da assi stradali perpendicolari tra loro. Le strade nord-sud, larghe in media 4 m, raccordavano i salti di quota del pendio, favorendo il deflusso delle acque piovane; le strade est-ovest (I, II, III), poco più strette (circa 3 m), affiancavano gli isolati nel senso della lunghezza. Gli isolati avevano una forma rettangolare, con una larghezza di 20 m in media, che variava presumibilmente sulla base dell'andamento del pendio. Complessivamente si può dire quindi che la maglia urbana era molto simile a quella delle colonie greche (Gela, Agrigento, Himera), anche se le dimensioni, sia delle strade che degli isolati, risultavano proporzionalmente ridotte.
Intorno al 430-420 a.C. l'evento distruttivo già segnalato a proposito dell'"acropoli", fece sentire i suoi effetti anche nel terrazzo superiore, sebbene con evidenza molto minore. Nell'arco di pochi anni, tuttavia, la città si riprese. Mantenendo sempre il medesimo schema urbanistico, sul terrazzo superiore si riutilizzarono per lo più le vecchie strutture, apportando qualche modifica, e in alcuni casi se ne costruirono anche di nuove. Le unità abitative oggi visibili appartengono proprio a questa fase: i materiali rinvenuti, infatti, indicano che esse furono in uso tra la fine del V e la metà del IV sec. a.C. circa, fino a quando cioè l'area venne definitivamente abbandonata e la città si arroccò sulla sommità del monte. Le case meglio conservate si trovano nel settore occidentale del terrazzo, nell'isolato compreso tra le strade II e III e la strada 2. Con dimensioni variabili, esse presentano la consueta tipologia abitativa greca, costituita da due o più vani aperti su un cortile posto a Sud. Il cortile rappresentava uno spazio fondamentale, perché serviva ad isolare gli ambienti dalla strada e, al tempo stesso, a collegarli tra loro, garantendo aria e luce, ed .nuora perché vi si potevano svolgere molte delle attività quotidiane, come la cottura dei cibi, ed immagazzinare derrate o attrezzi. Le tecniche costruttive impiegate nei muri perimetrali degli isolati e in quelli di contenimento, erano la tecnica "poligonale" e, meno frequentemente, quella a blocchi squadrati. I muri meno robusti, come quelli divisori interni delle case, erano invece costruiti per lo più con piccoli blocchi di forma irregolare, disposti a doppia cortina. I tetti erano ad uno o due spioventi, coperti con il sistema tipico siciliano, composto da tegole piane e coppi convessi. Una delle case più ampie è la casa B2, costituita da quattro vani disposti a squadra intorno ad un ampio cortile rettangolare (vano 26 a-b), con accesso dalla strada 2. Il vano 25, per le sue dimensioni e la sua dislocazione indipendente rispetto ai due piccoli vani settentrionali, si potrebbe identificare con un andròn, vale a dire l'ambiente riservato agli uomini, dove si svolgevano i banchetti. Un'unità abitativa di più modeste dimensioni è la casa B3, attigua alla B2 ma ad una quota di poco più bassa, composta da due vani posti su due lati di un piccolo cortile (vano 29), cui si accedeva dalla strada 2. Lungo la parete settentrionale del cortile, correva una canaletta di raccolta delle acque piovane, che ne consentiva il deflusso verso la strada. In un angolo del vano 27 è stata rinvenuta una piattaforma bassa e larga, realizzata in piccole pietre, su cui erano disposti oltre trenta vasetti miniaturistici, probabile indizio dello svolgimento di pratiche rituali a carattere domestico. Oltre alle abitazioni private, il terrazzo superiore ha restituito anche resti di strutture probabilmente funzionali alla vita comunitaria. Sulla strada II, a ridosso del lato orientale della casa B2, si apre una grande vasca di forma troncopiramidale, profonda 2,70 m, con l'imboccatura rettangolare di 6,30 x 3,85 m. Scavata per buona parte nella roccia, è delimitata superiormente da muretti in pietrame ed è rivestita all'interno da uno spesso strato di Intonaco. Sulla parete ovest si nota una serie di gradini, che in basso fanno .ingoio. Nello spigolo nord-ovest la vasca è collegata ad una canaletta forse funzionale all'acqua in eccesso, che così si riversava sulla strada; un'altra canaletta sul lato orientale comunica invece con una cisterna a campana. È difficile definire la funzione svolta dalla vasca, che si presenta comunque diversa dalle altre opere idrauliche individuate nel sito e connesse con l'approvvigionamento idrico. Forse qualche osservazione si può ricavare dai reperti rinvenuti nello strato che la colmava. Si tratta di oggetti -di tipologie varie e databili tra la fine del VI e il IV secolo a.C- già frantumati al momento del riempimento, probabilmente asportati insieme alla terra da un'area vicina. Tra questi, soprattutto la presenza di terrecotte architettoniche, di ex voto figurati e di vasetti miniaturistici, nonché di ceramica da mensa e da cucina, potrebbe far pensare all'esistenza nelle vicinanze di un'area di culto con cui la vasca doveva essere in rapporto funzionale.
Ripercorrendo verso Ovest la strada II e risalendo la strada 2 verso Nord, all'incrocio con la strada I si incontra un grande edificio rettangolare, diviso in tre vani, con aperture a Sud, forse segnate da pilastri. La parete di fondo settentrionale, al tempo stesso muro di contenimento e di terrazzamento del terreno soprastante, è realizzata in blocchi squadrati. Tra i blocchi della parete se ne distingue uno di misura maggiore rispetto agli altri, collocato sul muro nord del vano 36, in corrispondenza di un pozzo che si apre sul piano pavimentale del vano. La singolarità di tale apprestamento avrebbe potuto essere meglio compresa mediante l'analisi dei reperti contenuti nel pozzo, purtroppo oggi irrimediabilmente perduti a seguito di interventi invasivi di scavatori clandestini. Le pareti dell'edificio erano rifinite da uno strato di intonaco dipinto, come indicato da alcune tracce residue. Intonacato è anche il piano di calpestio del vano 36. L'edificio si affaccia su un'ampia area delimitata da un muro anch'esso in blocchi squadrati. A giudicare dalle dimensioni, dalla tecnica costruttiva e dall'articolazione planimetrica, l'edificio e l'area antistante sembrerebbero costituire un complesso sacro o comunque di destinazione pubblica. Seguendo adesso la strada I in direzione Est, si torna nella zona centrale del terrazzo, dove si distingue un'area libera da abitazioni, in corrispondenza di un dosso di roccia affiorante. Qui si aprono due strutture idrauliche di grandi dimensioni, a carattere pubblico e comunitario. La prima è una cisterna rettangolare, cisterna A) di 2,80 x 1,95 m, in parte tagliata nel banco roccioso, in parte costruita con blocchetti e pietrame, rimasta in uso fino agli ultimi decenni del V sec. a.C. Profonda 3,40 m e rivestita all'interno di intonaco, essa era superiormente conclusa da una vera di pozzo in terracotta, rinvenuta in frammenti. Sul fondo si apriva l'imboccatura di un pozzo artesiano, di forma cilindrica con diametro di circa 1 m, scavato nella roccia e non intonacato, realizzato allo scopo di intercettare una falda acquifera sotterranea. Sulle pareti è una serie di tacche a semiluna, le pedarole, attraverso cui si effettuava la manutenzione dell'interno. Non è possibile conoscere la profondità del pozzo, la cui indagine si è dovuta interrompere a circa m 1,50 per evitare che le pareti della cisterna soprastante cedessero. L'imboccatura del pozzo era sigillata da uno strato di argilla impermeabile: è possibile dunque che la cisterna sia stata costruita solo dopo la chiusura del pozzo, avvenuta, verosimilmente, per il prosciugamento della falda acquifera. Verso Sud-Ovest è visibile la seconda
cisterna, cisterna B), di tipo campaniforme (diametro all'imboccatura 1,10 m, al fondo 3,20 m), profonda m 4,40, interamente intonacata e dotata di una vaschetta sul fondo. La cisterna, la più grande tra quelle a campana sinora note a Monte Saraceno, rimase in uso un po' più a lungo rispetto alla precedente. Presenta anche una particolarità: attraverso una breve galleria sotterranea intonacata, alla profondità di 2,50 m, essa è messa in collegamento con un pozzo posto poco più a Sud. Di forma cilindrica, con diametro di 1 m, intonacato, il pozzo scende in profondità per circa 4,60 m, terminando con la consueta vaschetta circolare. Spostandosi ora più a Nord e al di là della moderna stradella lastricata, è possibile visitare il settore settentrionale dell'abitato, collocato su un terreno in forte pendenza a ridosso delle pareti rocciose della cima del monte. Qui si conservano i resti di una strada nord-sud, che divide due blocchi abitativi: ad Ovest, una casa con cinque vani; ad Est, i resti di due edifici separati tra loro da uno stretto passaggio (ambi-tus) con funzione di drenaggio delle acque piovane. L’itinerario archeologico del terrazzo superiore si completa con le testimonianze che si conservano ad Est del settore centrale e al margine orientale del terrazzo. Ad Est del settore centrale, al di là della moderna stradella lastricata, è visibile un breve tratto della strada I, uno degli assi viari est-ovest che .il tra versano il terrazzo superiore, intercettato per gran parte della sua lunghezza nei settori centrale e occidentale. Al margine orientale del terrazzo, invece, si osserva l'unico segmento attualmente noto del sistema di fortificazione che si sviluppava lungo il perimetro esterno dell'insediamento antico. In questo tratto - che è il più esposto, perché la pendenza verso valle è più dolce - il sistema difensivo è costituito da un braccio rettilineo, conservato solo in fondazione, che risale il pendio in direzione dello sperone di roccia tuttora visibile, probabilmente integrato anch'esso nella Cinta muraria in quanto costituiva un punto naturale di osservazione su tutta la vallata. Il muro si attesta verso valle ad un robusto contrafforte angolare (la cosiddetta torre B), dal quale la fortificazione proseguiva con andamento curvilineo fino ad un'altra torre posta più a valle (torre A), in prossimità di una probabile porta di accesso alla città antica. Di questo muro curvilineo, messo in luce negli anni '30 del secolo scorso, oggi non rimane che il tratto più vicino alla torre B; il resto è andato distrutto in occasione dei lavori per la costruzione dell'attuale strada provinciale. Non conosciamo ancora con precisione quando fu realizzato l'intero sistema delle fortificazioni orientali; certamente era già in uso tra la fine del V e l'inizio del IV sec. a.C, ma non è possibile al momento stabilire se sia stato costruito allora o in un periodo precedente. Il sistema subì dei rifacimenti nella seconda metà del IV sec. a.C, quando, forse in conseguenza del cedimento del muro già esistente, venne eretto il robusto contrafforte angolare (torre B). Non sappiamo se sia da attribuire a questa stessa fase, o ad epoca più antica, la costruzione del braccio di muro con andamento curvo che si diparte verso l'interno della fortificazione dal muro curvilineo; è probabile che esso costituisse la delimitazione di un'area immediatamente a ridosso della fortificazione (recinto? piccolo fortilizio?).

Terrazzo inferiore

Per raggiungere il quartiere più meridionale della città antica, che fu occupato soltanto nella fase di massima espansione del centro, dalla metà del VI sec. a.C. fino al 460 a.C. circa, occorre lasciarsi alle spalle l'area archeologica attrezzata, attraversare la strada provinciale e scendere per la ripida scarpata che conduce ad un'area pianeggiante coltivata ad ulivi, meno estesa del terrazzo superiore ma ugualmente bene esposta.
L'abitato del terrazzo inferiore fu edificato ex novo su un terreno libero da preesistenze, a differenza di quello del terrazzo superiore, ma il reticolo urbano si basò sui medesimi principi geometrici, anche se gli isolati, probabilmente per la diversa morfologia del pendio, furono orientati in senso nord-sud, anziché est-ovest. Le strade principali erano quindi quelle est-ovest (la piatela A e l'ipotetica piatela B), larghe 5,50 m, che ogni 27 m circa incrociavano strade nord-sud (stenopòl 1, 2 e 4), larghe 3,80-4 m. Gli isolati, larghi 23 m, erano divisi trasversalmente da stretti passaggi (ambitus) che delimitavano blocchi abitativi rettangolari. L'articolazione interna delle case e la tecnica costruttiva dei muri erano simili a quelle già osservate nel terrazzo superiore. Le case risultavano infatti prevalentemente costituite da due o più vani che si aprivano su uno o due lati di un cortile posto quasi sempre a Sud (case B, C, D, E, G). All'interno di alcuni cortili sono state rinvenute delle arule, cioè piccoli altari in terracotta, funzionali a riti religiosi a carattere privato che si dovevano svolgere in questo spazio comune della casa. Una chiara destinazione funzionale del vano settentrionale della casa D è segnalata dal ritrovamento al suo interno di ben sessantadue pesi da telaio in terracotta e due in pietra: evidentemente si trattava della stanza destinata alla filatura della lana.
Va evidenziata la presenza nel quartiere di due luoghi di culto. Il primo di questi si trova nell’isolato A 2 e si configura come un complesso articolato in due settori, che non sono comunicanti tra loro, ma collegati dallo stenopòs 2, su cui entrambi si aprono. Il primo settore è costituito da un oikos bipartito (vani 31 e 32), che si affaccia su un ampio spiazzo aperto a Sud, accessibile dallo stenopòs 2. Probabilmente funzionale alle pratiche rituali che si svolgevano all'interno dell'edificio, era un grosso otre a forma di testuggine, contenitore di liquidi forse correlato ad un bacino lustrale (perirrhanterion), rinvenuto frammentario nei pressi. Il secondo settore dell'area sacra è un edificio bipartito (vani 33 e 34), attiguo all'oikos e aperto su un'area libera a Nord, forse destinata, come lo spiazzo a Sud dell'oikos, allo svolgimento di cerimonie collettive. Nell'angolo nord-orientale del vano 33 era un'insolita deposizione, costituita da un grande cilindro fittile aperto su entrambe le estremità, dentro cui erano undici pesi da telaio. Il secondo luogo di culto si trova poco più a Sud, sullo stenopòs 1, ed è costituito da due ambienti comunicanti: uno ampio ad Ovest, il vano 48, ed uno più piccolo ad Est, il vano 35. Si ritiene che si tratti di un hestia-torion, cioè un luogo di riunione per lo svolgimento di riti che comprendevano il sacrificio di un animale, la cui uccisione doveva compiersi nel vano 35, e il successivo pasto rituale, che si doveva svolgere nel vano 48. Quest'ultimo era infatti provvisto di un focolare posto al centro, di un piccolo altare monolitico rettangolare in pietra arenaria, e di un blocco monolitico circolare con cavità centrale, certamente usato come piano di appoggio di grandi vasi. Che all'interno del vano 35 si svolgesse il rito dello sgozzamento dell'animale sacrificale, è un'ipotesi suggerita dal rinvenimento, tra il piano del vano ed una sporgenza naturale della roccia, di uno skyphos, al cui interno si conservava parte della lama di un coltello in ferro.



 
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